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Coronavirus, siciliani bloccati in Calabria: "Da 24 ore fermi in una stazione al freddo e a rischio contagio. Mi vergogno di essere italiana"

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Posted on: 03/25/20

 

"Io, mio marito e il nostro collega siamo un trio musicale, lavoriamo per Costa Crociere. Eravamo fuori dall'Italia per il nostro lavoro, in Sudamerica, da sei mesi. La polizia di Roma Termini, con la nostra autocertificazione, ci ha fatto partire tranquillamente". 

 

La storia - Dopo aver lasciato la nave a Civitavecchia, il trio si è recato alla stazione di Roma Termini. "Da lì ci hanno fatto prendere il treno - racconta Gianna - Non solo. Dato che il treno lo avremmo preso la mattina successiva, perché i notturni li hanno soppressi, la polizia stessa ci ha trovato un posto in hotel per passare la notte, ce l'hanno cercato loro, quindi ci hanno aiutato in tutti i modi a prendere quel treno e a farci tornare a casa". 

 

Ma poi - aggiunge Gianna - "arrivati a Villa San Giovanni, la stessa Polfer - che a Roma ci ha aiutato e ci ha fatto partire - ci ha invece buttati giù dal treno e sbattuti su un marciapiede, dove siamo rimasti dalle 14 alle 21. Senza ricevere una bevanda calda, qualcosa per coprirci, senza la minima assistenza. Questo è successo a noi e ad altre 10 persone che per altri motivi erano sul treno. Poi, alle 21 circa, per pura umanità, un funzionario della polizia, che ringrazieremo sempre, ci ha aperto una saletta chiusa per il coronavirus. Non si può stare in tanti in una stanza eppure noi 13 siamo stati tutta la notte in una sala di 75 metri quadri. Questo è un attentato alla nostra salute, alla nostra vita". 

 

"A mezzanotte, mezzanotte e mezza, ci hanno comunicato che potevamo scegliere se fare la quarantena in un hotel a Reggio Calabria - spiega ancora Gianna - o se aspettare che qualcosa si muovesse. Noi abbiamo scelto la seconda ipotesi, anche perché abbiamo già fatto una quarantena sulla nave da crociera dove lavoriamo. Non abbiamo notizie, ma la polizia ci sta aiutando tantissimo. Il capo della Polfer di Villa San Giovanni oggi gridava al telefono dicendo: 'Sono esseri umani, non bestie'. Non stiamo mangiando, bevendo, non stiamo dormendo e stiamo patendo il freddo".

 

"In questo momento, l'Italia non sta dimostrando di essere un Paese civile, siamo allo stremo - continua Gianna scoppiando a piangere - Non ce la faccio più. Capisco le ordinanze ma, al di là di questo, ci sono i casi specifici. Non siamo numeri, siamo persone, dietro a ognuno di noi c'è una storia. La nostra è quella di tre lavoratori che vanno all'estero per guadagnarsi il pane, che tornano nella propria Patria dopo sei mesi e vengono lasciati su un marciapiede. E' una cosa incivile. Non abbiamo il diritto di tornare nella nostra unica casa'". 

 

"E - conclude - il Covid-19 lo vogliamo mettere in conto, con 13 persone in una saletta tutte insieme' Non potevano darci un albergo, dividerci in stanze' E se per caso qualcuna di queste persone ha il Covid-19, allora adesso ce l'ho anche io. Siamo usciti dalla nave sani come pesci e ci fanno tornare a casa malati' Già adesso rischiamo di ammalarci per il freddo. C'è chi tossisce, chi starnutisce, io inizio ad avere un dolore al petto perché penso mi stia venendo una bronchite". 

 

La figlia di Gianna, Simona, parlando a Tgcom24 si è detta molto preoccupata per i genitori: "Non ho dormito tutta la notte pensandoli ai miei genitori al freddo. Sono partiti sani, arriveranno malati". 
 



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